IL FEUDO DI CAMPOSANTO A ITRI (in memoria di Albino Cece) di Antonio Masella
Scritto da redazione web il October 16 2020 16:47:42
In memoria di Albino Cece

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Partendo da Itri lungo la Provinciale per Sperlonga a circa 5 Kilometri in località Vagnoli sulla sinistra si imbocca una strada secondaria che porta in varie località, tra cui Valle Querce Monte Fumo e Palma.


Non a tutti è noto che questa strada una volta percorribile solo a piedi o con animali da soma partiva da Gaeta e, passando per le Vignole, Valle Quercia e proseguendo verso Valle Fredda scendeva nella zona di San Raffaele del territorio di Fondi. Io la conoscevo solo come strada mulattiera per l’accesso alle varie località. Grazie al compianto amico Albino Cece che mi ha insegnato ad aprire  la mente e gli occhi e a farmi apprezzare e capire le strutture che abbiamo sul nostro territorio ho compreso l’esistenza e l’importanza che questa antica strada rappresenta per la memoria storica e di contatto per tutta la zona: l’antica “Via Greca”.  Attico, Console e amico di Cicerone, dice che lo stesso per sfuggire ai sicari che lo volevano morto, ha percorso una antica strada più vecchia della Flacca e dell’Appia per imbarcasi nel Golfo di Gaeta. Infatti, a conferma della sua importanza, dopo circa un kilometro salendo verso destra si arriva a Monte Fumo e sulla collina più alta si trovano delle rovine. Il  Castelluccio  o “Castelluccio di Palma” come molti lo chiamano. La collina è interamente ricoperta da rovine di epoca romana e medievale da cui il nome Castelluccio, mentre per il nome Monte Fumo deriva dalla forma dialettale di “Monte Le Fune”, che è stato tradotto impropriamente in italiano in quanto il toponimo dialettale si ricollegava a “fune” nel senso di corde mentre in italiano è stato riportato “fumo”.


Se c’era in zona una fabbricazione di corde non è dato saperlo ma la zona è ricoperta dalla pianta di Ampelodesma (la c.d. “stramma”), questo vegetale veniva intrecciato e se ne ricavava facilmente cordame ed altri derivati. Proprio da questo deriva il toponimo Monte Le Fune, cioè monte delle corde. 


Ma forse come ipotizzava Albino Cece, la collina di Castelluccio in un passato remoto era usata come punto di avvistamento e segnalazione di pericolo tramite l’accensione di  fuoco e quindi, di fumo e nella memoria  popolare, forse è rimasto il riferimento a fumo come “monte Fumo”. Ma facciamo il punto della zona e vediamo di chiarire alcuni aspetti. Abbiamo tre rilievi collinari e sappiamo da documenti dell’Ottocento che la collina più a Est e quindi al di sopra della località di Perancino, o, Valle Quercia, si chiamava, Monte di Campo Santo. Poi c’è l’altra collina Monte le Fune (Monte Fumo) e proseguendo verso Ovest, Monte Castelluccio. Tra questi due rilievi i nomi si potrebbero essere invertiti ma rimane il senso dei riferimenti e a mio parere non sono in contrasto, ma possono coesistere entrambi, in particolare Monte delle Fune in riferimento alle corde e Monte Fumo per le segnalazioni che si facevano.


Tra Monte Camposanto e Monte Le Fune, vi sono diversi ettari di terreno completamente circondati da mura a secco in parte terrazzati ma anche diversi e ampi prati seminativi e un enorme casale chiamato popolarmente “La Torre”. Questa struttura si presentava a più piani con stalle coperte e recinti per animali e poco distanti da essa, altri diversi manufatti di più modeste dimensioni.


Se c’era un nobile oppure il signorotto locale, proprietario che governava tutto il territorio, si può ipotizzare che dimorava in questo antico ed enorme casale, per cui ha  dato il nome a tutto il territorio come (Feudo di Camposanto).


Partendo dal lato Ovest e andando verso Est, si snoda per circa due kilometri un grande muro a secco lungo il confine tra Itri e Gaeta tra il fossato Irace e il fossato di Valle Quercia.


Questo territorio ricadendo tra i Comuni di Itri e Gaeta, anticamente chiamato, appunto, Camposanto oggi si presenta principalmente con due colline una chiamata Monte di Mezzo e l’altro Monte Lisandro con piccoli avvallamenti e crinali ricoperti da una fitta macchia mediterranea. La zona nel passato era densamente coltivata e ancora oggi sono ben visibili i terrazzamenti di opere murarie a secco che permettevano la coltivazione, altrimenti impossibile, per il pendio del terreno. Vi sono anche, sparse sul territorio, numerose costruzioni semidistrutte ad unica stanza con soffitto alto ed altre più grandi con più stanze. Tutte, o quasi, all’interno presentano, scavati nel pavimento, dei grandi recipienti resi impermeabili mediante la muratura in coccio pesto. Due costruzioni in particolare presentano un’ampiezza maggiore e più complessa forse adibita a masseria o come suggerisce il toponimo a frantoio. Si riconoscono anche almeno tre grandi recinti senza copertura con muri a secco.


Il territorio anche se intensamente coltivato, nelle zone impervie e scoscese, come a ridosso del fossato che scende da Valle Querce da un lato e dal fossato Irace dall’altro era ricoperto da fitto bosco di alto fusto come querce, pini, sugheri, lecci e altro. Nel passato nel terreno era ancora visibile qualche traccia dalle radice e dalle buche lasciate dove erano cresciuti grandi alberi ed, inoltre, sono numerose e visibili le zone dove veniva prodotto il carbone, i cosiddetti “catozzi”. I  ripetuti incendi verificatisi in queste zone oggi hanno fatto rimanere ben poco di questo bosco, ridotto a qualche macchia e singoli alberi sparsi.


La coltivazione del terreno, molto probabilmente era in prevalenza fatta da oliveti, vigneti, carrubi e alberi da frutta. Fino a cinquanta anni fa circa, vi era una zona chiamata popolarmente “Il Montano”, ancora ben visibile anche se non coltivati molte piante di oliveti, carrubi, fichi e melograno. Ora rimangono solo poche tracce nel terreno e  qualche albero, in particolare un ulivo secolare solitario.


Su tutto il territorio sono ben visibili ancora adesso, malgrado queste zone da molti anni non sono state più coltivate, le tracce che ci hanno lasciato gli antichi coltivatori malgrado il tempo le piogge e gli incendi. Si ipotizza che questi pendii ad una certa altezza dal livello del mare erano ideali per la produzione del vino. La vite oggi sappiamo che necessita  di pesticidi e antiparassitari per la sua coltivazione, in passato, quando non esistevano prodotti chimici, il territorio garantiva una coltivazione ottimale, pendii soleggiati ed esposti a sud con il mare a poche centinaia di metri.


I terrazzamenti per la conformazione del territorio erano stretti e non vi erano ambi campi ne tantomeno prati che permettevano la coltivazione di cereali, solo in una zona chiamata “La Valle Dell’Ara”, che per la sua conformazione essendo una piccola valle, anche se non molto larghi, vi erano dei campi a terrazza che degradavano verso il “Fossato Irace” anche chiamato “delli Bovi e delli gradi”.


Questa Valle ora quasi completamente ricoperta da macchia mediterranea e qualche pianta di sughero, quercia e leccio si presenta con due o tre mura a secco di contenimento e dei campi non molto grandi. Nella parte finale che degrada verso il fossato Irace, a causa dell’incuria, degli incendi e delle piogge molti gradoni stanno scomparendo a causa dell’evidente erosione del terreno. Il toponimo certamente fa riferimento ad un’aia, cioè un luogo dove si trebbiavano i cereali. Nella forma dialettale essa era detta “ara”, in italiano è “Aia”, ma non vi è traccia nella zona di tale spiazzo. Normalmente l’aia era circolare e molto ampia con un basolato per terra perché la trebbiatura era fatta con animali oppure a mano mediante battitura. 

 

Sul territorio sono presenti numerose costruzioni, tutte o quasi, hanno la stessa forma e dimensione ad eccezione di due che sono di dimensioni più grandi e più complesse. Attualmente sono tutte in rovina e solo alcune sono provviste di parziale copertura in muratura. Molte costruzioni sono ad unica stanza ed unica porta con soffitto alto e all’interno, scavato nel pavimento oppure all’esterno, dei contenitori circolari rivestiti di intonaco e coccio pesto per renderli impermeabili. Tali contenitori evidentemente servivano per conservare l’olio oppure il vino. Per quanto riguarda le due strutture più complesse, una si trova poco prima della Valle Dell’Ara e l’altra a ridosso di Monte Lisandro. La prima comunemente chiamata la Vasca e anche il Montano, perché all’esterno delle mura si vede un recipiente del tipo descritto prima di grosse dimensioni e per i resti di una macina di pietra lavorata e da quello che ne rimane si intuisce la rotondità. La struttura anche in parte crollata nelle pareti e nella copertura era con più ambienti comunicanti e con delle scanalature nelle pareti che secondo alcuni servivano per sostenere i contrappesi per la spremitura.


L’altra struttura con toponimo “Il montano” è ancora più enigmatica. Intanto diciamo che sono evidenti nel medesimo luogo diversi resti di muratura, un pozzo circolare di grosse dimensioni semi riempito di pietre e detriti, una piccola costruzione ancora con copertura a coppi provvisto di un’unica porta di accesso e piccola finestrella e una costruzione semicircolare senza copertura con le pareti sovrastanti crollate. All’interno di questa struttura attualmente c’è una cisterna con relativo boccaglio e una nicchia che serviva per rovesciare l’acqua attinta mediante un secchio nello abbeveratoio all’esterno. La copertura della cisterna all’interno  del fabbricato è a cupola circolare con delle feritoie per l’aria e la luce. L’esterno nella parte sottostante si trovava un grande recinto senza copertura in opera muraria a secco di cui il lato superiore e ricavato dalle due costruzioni. Addossato alla costruzione con all’interno la cisterna vi sono tre strutture a colonna come di fortificazione e sostegno di tutto il fabbricato. Tra una colonna di una di queste strutture si intravede la parte superiore di una arcata  di una porta oramai chiusa e inglobata nella struttura. Sul lato sinistro del fabbricato e facendo parte del recinto vi è un grosso masso piatto e lavorato con due nicchie rettangolari.

Per quanto riguarda questa grossa pietra, la stessa con più o meno le medesime dimensioni e le stesse due nicchie rettangolari, si trova all’esterno dell’altra costruzione chiamata La Vasca, collocata ad una cinquantina di metri dalla costruzione, come se qualcuno dotato di una forza sovrumana l’abbia scagliata lontano, o come più verosimile, per qualche motivo non terminata e abbandonata. Stranamente per  quanto riguarda l’approvvigionamento di acqua, su tutto il territorio in esame vi sono soltanto due pozzi senza copertura e una cisterna. Un pozzo si trova a “Monte di Mezzo” e l’altro, vicino alla cisterna “Il Montano”, probabilmente la cisterna aveva un’altra utilità ed è stata adattata successivamente a deposito per l’acqua.

In tutta questa area si riscontrano numerose costruzioni per un numero di circa quaranta, quasi una ogni cento metri, per cui, occorre domandarsi se erano tutte abitate. Nel caso lo fossero state i depositi d’acqua non erano sufficienti a soddisfare il fabbisogno degli abitanti. Inoltre, se queste abitazioni fossero state utilizzate in maniera permanente occorrerebbe individuare nella stessa zona un luogo di culto e un luogo per la sepoltura dei morti ma su quel territorio non vi sono strutture compatibili con tali destinazioni d’uso tranne quella del “Castelluccio”.

Il Castelluccio sembra che abbia origine romane, e che sia stato utilizzato anche in epoca medievale ma non ci sono tracce scritte dell’utilità di questa struttura. Quello che si conosce è che anticamente il territorio era chiamato Camposanto e che era coltivato, curato e reso fertile e produttivo per la produzione di olio, vino e carbone, mentre non sembra possibile la coltivazione di cereali come potrebbe far ipotizzare il toponimo, Valle dell’Ara.

Per comprendere questo territorio possiamo, tuttavia, provare a cambiare completamente visione e ragionamenti per considerarlo da un’altra prospettiva tenendo presente gli elementi che abbiamo, compresi i toponimi, che ci portano a considerare altri aspetti. Innanzitutto questa zona era tutta coltivata, vissuta e ricca di storia e lo dimostrano sia i resti delle strutture abitative sia i toponimi dei luoghi. La zona per la sua posizione elevata e soleggiata, era l’ideale per la produzione dell’uva e delle olive e le costruzioni erano adibite sicuramente a depositi. Oggi diremmo che queste costruzioni più che abitazioni erano dei depositi agricoli per la conservazione di olio e vino e per la lavorazione di tali prodotti.

Sicuramente però questa zona ci può raccontare anche un’altra storia molto più vecchia delle tracce rimaste nel terreno e  che è rimasta cristallizzata nei toponimi popolari.

Il toponimo Camposanto non è riferito ad un cimitero, anche perché dovremmo domandarci da quando il “cimitero” veniva indicato con la parola “camposanto”, ma forse indicava un Campo Sacro. Quale potesse essere questo “Campo Sacro” non è dato saperlo, e il toponimo di Valle Dell’Ara che ci da una indicazione ulteriore che ci allontana dall’ “aia” della trebbiatura e verso una valle dell’Ara, intesa come un’ara sacra, insomma, un’ ara sacrificale. Questa ricostruzione può trovare anche riscontro nella conformazione del territorio.  Infatti, alla fine di questa valle verso il fossato Irace, leggermente spostato a sinistra, si erge uno spuntone di roccia alto una trentina di metri e posizionato a strapiombo sul fossato chiamato popolarmente, il Ravone. Questo sperone di roccia per la sua posizione, e conformazione, era ideale come altare sacrificale o ara. Oggi anche se si può salire, l’accesso non è molto comodo, forse a fianco vi era nel passato un’altra rampa più comoda oggi crollata o fatta crollare. Nella parte superiore della rupe oggi crescono delle piante di Leccio ma al centro c’è uno spiazzo fatto di roccia piatta ricoperta da terra e erbacce ancora da esaminare approfonditamente.

Passiamo ad esaminare il toponimo, Monte Lisandro. Questa collina che sovrasta la struttura del Montano con annesso recinto per animali è alta intorno ai trecento metri e nella parte superiore anche se non ci sono tracce evidenti di coltivazioni si trova un campo di forma rettangolare, largo circa dieci quindici metri e lungo una cinquantina. Il nome di questo posto ci riporta ad un personaggio della Grecia antica.

Lisandro, figlio di Aristocrito (Lysandros), nato a Sparta, 440 a.c. circa e morto a Aliarto nel 395, è stato un militare spartano che servi la sua città nell’ultima fase della guerra del Peloponneso e all’inizio della guerra di  Corinto, durante la quale morì.

Secondo la testimonianza di Plutarco, Lysandro, figlio di Aristocrito, apparteneva alla stirpe degli Eraclidi, anche se non discendeva dalla casa reale. L’informazione è tuttavia contestata da altri storici. Eliano e Ateneo affermano che era un (neodamode), cioè che, dalla condizione di schiavo, aveva ottenuto il privilegio della cittadinanza grazie a delle benemerenze militari.

Se analizziamo questi elementi  vediamo che il territorio è stato interessato da più vicende che si sono succedute. La prima di tipo pagano, se così possiamo identificarla, cioè, in un epoca dove il territorio era interessato dalla presenza dei greci e da tradizioni con sacrifici e credenze  e costumi riportate da territori lontani.  L’altra  dal  dominio antico romano e medievale, quindi più recente geologicamente comunque interessati alla produzione di vini e quant’altro.

Tutti in modo diverso e in epoche diverse hanno dominano e sfruttato il territorio lasciando testimonianze del loro passaggio in vari modi,  tracce che sono arrivate fino a noi attraverso i toponimi, terrazzamenti e opere macerali, nonché le numerosi   costruzioni sparse a testimonianza del vivere quotidiano dell’uomo che si è protratto nel corso dei numerosi anni.    

Conoscevo di vista Albino ma non sapevo che facesse e chi fosse e non avevamo mai parlato con lui. Poi un giorno mi è capitato tra le mani un suo libro sulla toponomastica itrana scritto da lui e da quel momento ho avuto il desiderio di conoscerlo e scambiare idee e opinioni. Nasce cosi la nostra intensa e costruttiva amicizia che e durata troppo poco purtroppo.

Albino su questo territorio ci stava lavorando, o meglio, aveva incominciato a lavorarci. Questo l’ho scoperto solo dopo aver incominciato a scrivere io di questo territorio. Cercando materiale e idee mi sono rivolto a Giuseppe Cece, (figlio di Albino), e lui tra altre cose con mia forte emozioni e tristezza mi ha fornito un file con le argomentazioni che Albino aveva incominciato a scrivere sul Feudo di Camposanto. Che riporto integralmente che con mio stupore e riempito scopro che eravamo con lo stesso punto di vista.

Antonio Masella

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